Lucrezia Borgia, II Atto: RESILIENZA

 

Come promesso, ecco il II Atto della vita di Lucrezia Borgia

 

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RESILIENZA

Confinati nelle nostre case, a molti di noi sembra di vivere una situazione di grave privazione e sofferenza. In moti di egoismo e di irrefrenabile nostalgia per una normalità che sembra sempre di più un lontano miraggio, dimentichiamo che spesso restare nella propria abitazione è un privilegio, che sono altri coloro che, in trincea, stanno affrontando questa guerra in prima linea: il personale sanitario, gli amministratori locali, tutte le persone che con il proprio lavoro ci consentono di barricarci dietro le nostre porte, lasciando fuori il nemico invisibile.

Dimentichiamo anche che lasciare il mondo fuori dalle proprie mura può essere un’esperienza fondamentale per guardarsi dentro, scegliersi ancora una volta e definire il proprio cammino.

Lucrezia Borgia, in momenti di grande sofferenza, ha scelto di isolarsi. Quanto può essere ispirante ancora oggi: la scelta di quella che all’epoca era una giovane donna di non rifiutare il dolore, di non passarci sopra, ma di attraversarlo, di viverlo a pieno, di lasciare che travolgesse la sua vita e non la lasciasse uguale a prima.

Lucrezia Borgia può essere considerata oggi una icona di forza, perché ai suoi tempi è stata una icona di resilienza. Il primo, lacerante dolore fu sicuramente quello dell’omicidio del suo secondo marito, Alfonso di Calabria. E già in quella occasione scelse la via del ritiro, a Nepi, nella rocca dalla quale il padre Papa Alessandro VI le aveva dato il potere di amministrare la città, che diventò per lei rifugio prezioso. Chi è stato a Nepi, può immaginare facilmente il motivo: ancora oggi quella terra ogni anno, con l’imponente manifestazione del Palio dei Borgia, aspetta una Principessa che non tornerà. Isolata, come la sua Signora, Nepi resta in piedi e persiste in questo sforzo di dedizione, che tiene viva 500 anni dopo la bellezza rivoluzionaria della sopravvivenza: al tempo, alla sofferenza, ai cambiamenti di un mondo che resta fuori.

Un grande amore, quindi, quello tra la Duchessa e questa città, seppur a partire da un certo momento coltivato a distanza. Negli ultimi anni della sua vita, Lucrezia infatti non ci metterà piede nemmeno una volta. Forse perché aveva imparato la lezione più importante: quella rocca, quella cascata, quelle strade, sono dentro di noi. Perché quando scegliamo il nostro rifugio lo conserviamo nel cuore come la più invincibile delle armature. E lo sanno bene coloro che stanno vivendo questa condizione di isolamento lontani da casa o comunque dal luogo a loro più caro. Quando parliamo di questa guerra da combattere e vincere, sappiamo quanto c’è in gioco: l’affetto delle persone da riabbracciare, certo, ma anche l’impazienza di assaporare di nuovo la libertà di andare di fronte ai panorami che ci riempiono l’anima.

Lucrezia su questo è un’immagine speculare rispetto a quella di suo fratello. Il loro coraggio si manifesta in modi opposti, ma ugualmente potenti: lui il coraggio di partire e conquistare spazi di agibilità politica, lei il coraggio di restare e conquistare spazi di libertà di pensiero e di azione, da donna nata troppo presto.

La sua vita a Ferrara, che pure sarà la salvezza dal futuro di incertezze che l’avrebbe altrimenti attesa dopo la fine del pontificato di Alessandro VI, sarà costellata di dolori. La morte di suo padre, innanzitutto, a cui seguirono le ansie per il futuro dei suoi congiunti e lo sforzo di iniziare l’operazione di tenere unito ciò che restava della famiglia Borgia che la vedrà impegnata tutta la vita. Poi le complicazioni di una gravidanza che la portano a un passo dalla morte, dalla quale si salva quasi miracolosamente dopo una visita di Cesare, in quello che sarà il loro ultimo incontro. E poi soprattutto la morte di questi.

La donna che Cesare amava “quanto sé stesso” è condannata a sopravvivergli per ben 12 anni, restando la più potente in vita tra i Borgia. Un peso enorme che si aggiunge al legame fortissimo tra i due fratelli, che la porta a commentare la notizia della scomparsa (avvenuta peraltro nel fango, nel minuscolo Regno di Navarra, combattendo per una causa non sua) constatando che più ella provava a compiacere il Signore, più egli riempiva la sua vita di affanni. Quello che accade a questo punto però è straordinario. Per giorni, Lucrezia si chiude nelle sue stanze nel Palazzo ducale di Ferrara, piangendo e gridando il nome di Cesare, proprio come aveva fatto suo padre alla scomparsa dell’amato figlio Juan. La Duchessa dopo sceglie di nuovo di isolarsi completamente dalla vita che scorre troppo velocemente per un cuore dilaniato dal dolore, questa volta però cercando rifugio nella Chiesa e recandosi in convento. La sua fede quindi non si indebolisce, ma si rafforza. Uscita da lì, settimane dopo, riprenderà su di sé tutti gli oneri della sua condizione, a cominciare dalla responsabilità di essere punto di riferimento per tutti coloro che nella sua famiglia erano rimasti.

Sopravviverà addirittura alla perdita del figlio avuto dal matrimonio con Alfonso di Calabria, che aveva dovuto affidare alla famiglia paterna non potendolo portare con sé nella sua nuova vita ferrarese.

Una delle donne più ammirate del suo tempo, Lucrezia è stata dunque un camaleonte, senza altra scelta se non quella di adattarsi alle circostanze per sopravvivere. Ma è stata anche un unicorno: ispirata fino all’ultimo da una forza più grande, che fosse la fede o l’amore infinito per la sua famiglia. La sua resilienza può essere oggi un faro per tante donne, nel turbine della conciliazione vita-lavoro o poste di fronte alla difficoltà di dover essere riferimento per più persone. Siate resilienti, siate unicorni.

 

Giulia Iacovelli

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